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Archivio Febbraio 2005

IL LINGUAGGIO DELL?INFORMATICA.

28 Febbraio 2005 Commenti chiusi

Il linguaggio dell?informatica è quasi tutto inglese o di ispirazione anglosassone per effetto di scelte (o non scelte) risalenti ormai ad alcuni decenni.
1. l?informatica come la conosciamo è nata e si è sviluppata in un ambiente scientifico internazionale nel quale dominava l?inglese, come sino al 1700 dominava il latino;
2. la progettazione e la costruzione dei componenti e dei programmi è avvenuta in modo quasi esclusivo negli Stati Uniti, per cui i consumatori (inizialmente soprattutto tecnici di alto livello) per molti anni hanno adottato il linguaggio dei produttori, con scarsa tendenza (e necessità) alla traduzione della terminologia;
3. la diffusione dell?informatica in ambienti dove la conoscenza dell?inglese era meno accentuata ha portato, per imitazione, all?adozione acritica di quel linguaggio, con adattamenti di italianizzazione talvolta risibili (dall?inglese download all?italiano (!) downloadare pronunciato ?daunloadare?);
4. per converso l?italiano (dal greco) micro si è passati a pronunciarlo ?maicro? perché forse molti pensano che micro è una parola inglese (ve la sentite di dire maicroscopio?);
5. si è così giunti ad una accettazione passiva di un linguaggio che è diventato un dialetto (slang, ?sleng?, in inglese) diffuso fra gli addetti ai lavori con scarsi tentativi di creare un italiano informatico compatibile con la nostra cultura.
Alcuni esempi:
tutti leggono OK correttamente ?o-chei?; però KO viene letto ?cappaò? invece di ?chei-ò?;
tutti leggono FBI correttamente ?ef-bi-ai?, però CIA viene letto ?cia? invece di ?si-ai-ei?;
tutti dicono USA invece di ?iù-es-ei? (in italiano è SUA, così come i francesi dicono EUA);
tutti dicono mouse (?maus?) invece di topo come se mouse non volesse dire topo;
tutti leggono ?gei? il simbolo j (?iota, i lungo?), come se fosse stato inventato dagli anglosassoni;
tutti dicono zippare dall?inglese zip, anziché comprimere;
tutti dicono file ?fail?, anziché documento;
c?è qualcuno che dice icon ?aicon? invece di icona (parola italiana derivante dal greco);
c?è qualcuno che la sigla BIOS, che rappresenta il programma che dà la vita al computer, la legge ?baios? come se fosse una parola e non una sigla, che quindi andrebbe letta ?bi-ai-ou-es?, non tenendo conto che la sigla stessa è stata costruita in modo da voler dire proprio vita (bios, in greco);
Si potrebbe continuare all?infinito, ma bastano questi piccoli e pochi esempi.
Un gruppo di latinisti, non solo italiani, provvede periodicamente ad aggiornare il vocabolario latino per includervi le parole che riguardano tutte le infinite cose che i romani non avevano (automobili, radio, missili, bomba atomica, televisione, telefonino, ecc.). Se lo stesso lavoro è stato fatto anche per l?italiano riguardo all?informatica, tale adeguamento è rimasto chiuso in qualche cassetto e non è passato nel linguaggio parlato. Autorevoli persone sostengono che le lingue nascono, si trasformano e muoiono nelle strade, ad opera della gente che le parla, e non ad opera degli autori di vocabolari. E ciò è sicuramente vero, storicamente: l?italiano è nato dal latino (e dalle lingue dei barbari invasori) ad opera del ?popolo? che poco conosceva e usava il latino stesso, senza contare che il latino parlato in Gallia era diverso da quello parlato in Roma.
Da questo punto di vista quindi se tutti dicono daunloadare per indicare l?azione di ?scaricare o ricevere attraverso il computer o il telefonino?, tale parola deve essere considerata italiana a tutti gli effetti. Quel che disturba è il fatto che probabilmente chi ha iniziato a dire ?daunloadare? l’ha fatto perché non conosceva il significato della parola inglese, per cui, non sapendola tradurre, l?ha presa di peso trasportandola nel suo mondo.
Come ultima considerazione si può affermare che per molti anni i cataloghi e le istruzioni che accompagnavano i materiali informatici provenienti dagli SUA erano tradotti da statunitensi che avevano studiato (male!) l?italiano e quindi contenevano grandi quantità di errori e di adattamenti artificiali. Chi riceveva tale materiale imparava ed usava quel linguaggio scorretto senza alcuna critica e senza alcuno sforzo di correzione.

Riferimenti: il mio sito

Italiani e medicine.

8 Febbraio 2005 2 commenti

Ha detto il Ministro Sirchia: “Italiani, prendete troppe medicine e per di più quelle che costano di più. Ora vi mando un libretto per insegnarvi come si fa.”
Naturalmente è sempre colpa dei consumatori, come quando non vanno nei supermercati per ripararsi dal caldo o dal freddo: appizzus de is corrus, cincu soddus, si dice in Sardegna.
Provo ad esplicitare la filiera dei medicinali: Caio (o Sempronio) – Segretaria del Medico – Medico – Farmacista – Malato (?).
Vediamo i singoli passi:
1) Caio telefona: “Signorina mi serve un quintale della medicina X”.
2) La segretaria scrive le ricette.
3) Il medico le firma.
4) Caio, con comodo, ritira le ricette e va dal farmacista.
5) Il farmacista ritira le ricette, ci mette su i bollini con i prezzi e consegna il quintale di medicine.
6) Il malato è già guarito e le medicine vengono buttate (oppure vengono rivendute a metà prezzo?).
Ora immagino che ogni ricetta frutti al medico un compenso (non ne sono sicuro perché è da tempo immemorabile che non frequento i medici). Se però il medico rilasciasse le ricette solo in presenza del malato (salvo nei casi di malattie croniche!) forse ne scriverebbe di meno, con vantaggio per l’erario. Ma, mi domando, deve essere il malato a raccomandarsi: “Dottore, mi dia poche medicine, perché altrimenti mi fanno male, come dice il Ministro Sirchia”? Oppure deve essere il medico a prescriverne la quantità indispensabile? E deve essere il paziente a raccomandarsi: “Dottore, mi dia le medicine che costano di meno, altrimenti il bilancio della Sanità va a farsi benedire.”? Oppure deve essere il medico a fare la scelta?
Andiamo dal farmacista: se scopre che il medico ha prescritto un farmaco costoso è obbligato a consegnarla.
Se il farmacista correggesse la ricetta consegnando la medicina con lo stesso principio attivo senza la scatola di platino, farebbe forse male?
Se il medico che ha avuto la ricetta corretta fosse condannato a pagare la differenza di prezzo, sarebbe male?
E se il controllore delle ricette, alla ASL, facesse pagare al medico e al farmacista una penale per ogni farmaco costoso, sarebbe male?
Alla fin fine, si può far ricadere la responsabilità del bilancio della Sanità sui malati e non sui tecnici addetti alla bisogna? E’ come se la colpa del crollo di una casa fosse dell’inquilino e non del costruttore!
Ministro Sirchia, responsabilizzi i medici e i farmacisti (toccandoli nel portafoglio) e non noi poveri malati!.

Riferimenti: il mio sito