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Archivio Giugno 2004

All’assalto!

25 Giugno 2004 2 commenti

E’ tempo di susine nel mio frutteto, di quelle piuttosto comuni, relativamente piccole, con la buccia nera e la polpa rossa, molto dolci.
E ogni anno di questo tempo mi torna in mente un tentativo di dimagrire andato … a male.
Nel 1965 fui chiamato a fare la visita di leva, dopo molti anni di rinvii per motivi di studio. Avevo allora 27 anni, frequentavo ingegneria ed ero fidanzato, due buone ragioni, allora, per non voler fare il sevizio militare (in seguito cambiai completamente parere, ma è una cosa che vi racconterò un’altra volta!). Come qualcuno saprà, alla leva vengono fatte delle visite mediche, delle misurazioni, delle prove attitudinali e delle prove culturali (anch’io dovetti scrivere “il sole è bello” per dimostrare che sapevo scrivere, nonostante che al maresciallo addetto alla prova avessi detto di essere all’università).
Tutto l’insieme serviva per decidere l’arma o la specializzazione di destinazione. Tutte queste cose, approssimativamente, le sapevo, ma non sapevo che … Dunque, prendete l’altezza, sommate la circonferenza toracica, togliete il peso, dividete per gli anni del colonnello, moltiplicate per la lunghezza del pisello del ministro della difesa, aggiungete la lunghezza delle gambe della figlia del maresciallo, ecc. ecc. e trovate un numero: questo numero è quello che decide se sarete fante o carrista o altro.
L’unico numero sul quale il coscritto può agire di sua volontà è il peso: mi feci 20 giorni di digiuno in attesa della visita. Niente pasta, niente pane, niente carne, ma solo un poco di formaggio, un poco di latte e tante ma tante susine, che hanno, tutti sapete, un certo effetto lassativo. Per venti giorni mangiai poco ed evacuai molto: arrivai a pesare 49,5 chili!
Ebbene, quel mezzo chilo fu la mia rovina: fatte tutte le operazioni che ho descritto, il mio numero fu: assaltatore!
Avete mai visto nei film quei poveri disgraziati che vanno all’assalto dei nidi di mitragliatrice o dei fortini dai quali il nemico spara falciando i soldati a dieci a dieci? Bene, io ero stato destinato a quel corpo, ero diventato “carne da cannone”, cioè ero finito nella categoria infima dell’esercito, tutto per colpa delle susine, che non avevano fatto appieno il loro dovere!
Mi feci quindi il CAR ad Arezzo e poi mi spedirono alla Brigata Sassari a Trieste. Come arma individuale avevo il Garand, un fucile regalato dagli americani: pesante e lungo, con la baionetta innestata era più lungo di me.
Però avevo fatto domanda di partecipare al corso ufficiali, feci il concorso e vinsi. Ma anche questa è un’altra storia.

Riferimenti: il mio blog

Magdala di Fonni – balente – Prologo.

25 Giugno 2004 3 commenti

- Ciao Salvatore! Dove vai?
- Ciao Giovanni! Che fai qui?
- Devo andare dall’avvocato, sono in anticipo e quindi gironzolo guardando le vetrine. E tu?
- Fammi compagnia. Vado all’Archivio di Storia Patria qui vicino. Devo terminare una ricerca.
- L’Archivio? E cos’è?
- Vieni, vieni. Ci sono tutti o quasi i documenti antichi che riguardano la storia della Sardegna.
- Che tipo di documenti?
- Tutti i tipi: contratti notarili, lettere, poesie, trattati di pace, dichiarazioni di guerra, donazioni alle Chiese e ai conventi, liste di magazzino, eccetera, eccetera. Insomma tutto ciò che di scritto è stato lasciato e trovato nelle chiese, nelle preture, nelle case private.
- E tu cosa vai a fare?
- Ho individuato uno scaffale dove si trovano i documenti lasciati da un notaio del 1600. Spero di trovarci qualcosa di interessante per la mia ricerca sul XVII secolo in Sardegna.
- Ma mi permetteranno di entrare?
- Certo, certo, non ti preoccupare.
Seguo il mio amico Salvatore in via Deledda a Cagliari, in un palazzone tutto rivestito di marmo, alto e massiccio. L’interno odora di carta sin dall’ingresso. Saliamo una rampa di scale ed entriamo attraverso una grande porta di scuro legno di quercia. L’androne è ampio e il soffitto è altissimo. Attraverso una porta spalancata intravedo una fuga di scaffali di legno, alti sino al soffitto, carichi di faldoni in bell’ordine. Qualche piano d’appoggio è addirittura piegato sotto il peso. Poche lampade diffondono una luce non proprio bianca negli stretti corridoi fra gli scaffali.
Salvatore mi porta in un’altra stanza, ben illuminata, dove si trovano una diecina di tavoli con intorno alcune sedie. Quattro o cinque persone, tutte anziane, sono sedute ai tavoli, con il naso dentro mucchietti di carte. Due di loro hanno davanti i computer portatili aperti e leggono e scrivono in fretta. L’unico rumore nel vasto spazio è quello delle dita sui tasti. Salvatore ed io abbiamo le scarpe con le suole di gomma, non facciamo che pochissimo rumore, eppure tutte le facce si girano verso di noi e sembrano infastidite.
Il mio amico mi sussurra in un orecchio:
- Dammi la carta di identità e aspettami qui. Io vado a prendere il mio faldone.
Gli consegno la mia carta di identità e Salvatore sparisce in una porticina laterale. Dopo un poco ricompare con un cartellino per me e il suo faldone di carte antiche: evidentemente è di casa in quella chiesa della storia.
Non voglio annoiarvi ancora a lungo.
La fortuna ha voluto che, frugando sotto l’imbottitura della sedia sulla quale Salvatore mi aveva fatto accomodare, e che non era affatto comoda, per via di un bozzo che mi comprimeva la natica sinistra, la fortuna ha voluto, dicevo, che trovassi una buona porzione di pergamena.
La pergamena era vecchia e mal ridotta: infilata a forza per comprimere una molla che tentava di bucare il rivestimento del sedile, aveva assunto un milione di pieghe. Per non fare brutta figura davanti agli altri ospiti, con calma, senza bruschi movimenti, in assoluto silenzio, sfilai quel pezzo che credevo di carta, e lo infilai nella tasca della giacca, e lì la dimenticai per qualche giorno, insieme ad un’altra quantità di carte inutili, secondo il mio solito.
Due settimane dopo, facendo pulizia nelle tasche, ecco che salta fuori il mozzicone di pergamena: lo spiego, lo stiro ben bene, lo tendo e provo a leggere. E? scritto in latino.
E? vero che ho fatto il Liceo Classico in tempi non sospetti di lassismo, ma sono passati quasi cinquant’anni. Ho riesumato il mio bravo vocabolario, ho riesumato i ricordi più profondi, e alla fine, pur non avendo capito tutto alla perfezione ….
Non vi racconto tutto il resto, ma solo la conclusione: si trattava di una lettera inviata da un Papa ad un Arcivescovo di Cagliari, nella quale si raccomandava che nessun male venisse fatto ad un generale pisano che aveva combattuto diverse guerre in Sardegna. La raccomandazione, anche a nome di un Imperatore, doveva essere fatta al Governatore del Giudicato di Cagliari. Nella lettera c’erano nomi e titoli nobiliari e funzioni dei protagonisti ed una breve cronistoria delle imprese del generale.
La storia che racconterò nelle pagine seguenti è un tentativo di ricostruzione degli avvenimenti che portarono un Imperatore ed un Papa a scrivere quella lettera.
Se il paziente lettore collega questo episodio del tutto fortuito (che ruolo ha il caso nelle vicende umane?) con quanto è scritto nella premessa, il lettore, dico, si renderà conto di quanto valore sia stato il ritrovamento della pergamena per chi, come me, ha sempre avuto un debole per la storia e per la Sardegna in particolare, tanto da spingerlo a cimentarsi nel vasto mare delle lettere.
Se un giorno si trovassero altri documenti più espliciti, un altro che non io potrebbe scrivere la vera storia di Alberco e Magdala, e questo racconto finirebbe, giustamente, nel cestino. Per ora siate buoni: accontentatevi!

Riferimenti: il mio sito

Magdala di Fonni – balente – Cap. 15 – La Carta de logu.

23 Giugno 2004 Commenti chiusi

La formazione di uno stato è sempre il risultato di un insieme di condizioni che organizzano la volontà, più o meno cosciente ed informata, di un popolo.
L?organizzazione dei Giudicati fu una diretta conseguenza dello stato preesistente retto dal potere di Bisanzio. Al cessare di questo sopravvissero non solo le divisioni territoriali introdotte da Bisanzio per organizzare la difesa dell?isola, ma anche la cultura civile, militare e giuridica, applicata in modo spesso vessatorio dai funzionari di Costantinopoli. La elaborazione locale delle leggi esistenti portò alla nascita di una legislazione per certi versi di tipo ?comunista? ante litteram, nel senso che ad esempio fu stabilito l?uso comunitario di una parte delle terre dei nobili e dei Giudici. E questa tradizione sopravvive ancora oggi in alcuni comuni dell?interno.

La Carta de logu rappresenta uno dei primi documenti medievali nel quale si regola non solo il rapporto fra il sovrano e i pari grado (come per esempio fa la Magna charta inglese), ma la vita di tutti i cittadini (e le cittadine) anche fra di loro, cioè essa è un vero trattato di diritto civile e penale, che trova l?origine in quello romano con contaminazioni che discendono dall?uso e dalla situazione strettamente locale.
Ma la promulgazione non fu una invenzione estemporanea: quelle leggi erano in gran parte già presenti nel territorio da tempo perché da tempo erano in uso. Eleonora raccolse e sistemò organicamente in un unicum ben strutturato una lunga tradizione elaborata sulle necessità del suo popolo. Il che significa che la Carta de logu non fu l?inizio di una cultura giuridica e civile, ma il suo culmine luminoso, a futura memoria. Così luminoso che la Carta fu adottata anche dai nuovi padroni aragonesi e molte sue norme furono in vigore sino a quasi metà del 1800.
E? scritta nel sardo di allora in modo che anche il popolo più minuto sentendolo leggere era in grado di capirlo appieno.

La Carta fu promulgata da Eleonora, figlia di Mariano IV, moglie di Brancaleone Doria, madre sfortunata di 4 figli tutti morti in tenera età. Il marito, ambizioso e incapace, non diede alcun aiuto ad Eleonora nel governo del Giudicato di Arborea, e dopo esserle succeduto lo portò alla rovina.

Poche sono le notizie certe sulla vita di Eleonora che governò il Giudicato di Arborea dal 1386 alla sua morte nel 1404. Infatti la sua giovinezza trascorse in modo del tutto anonimo nella casa del padre, e dal 1395 circa delegò al marito la conduzione esterna del potere, occupandosi della salute e dell?educazione del figlio, che ben poco le sopravvisse. A ben guardare può essere ritenuta una delle figure femminili più importanti della storia italiana, non solo medievale, poiché, come si è detto, l?influenza della sua opera si estese ben oltre la sua vicenda individuale. La sua lotta contro l?invasore aragonese e la sua aspirazione alla riunificazione della Sardegna sotto un unico governo autoctono, rappresentano un esempio di politica lungimirante che precede di alcuni secoli la formazione degli stati nazionali, modernamente intesi. La ?fortuna? non le arrise, ma il tentativo permette di considerarla la ?patrona laica? della Sardegna, onorata in un certo modo dal raggiungimento della Autonomia sancita dalla Costituzione del 1947.

La modernità della Carta la si può rintracciare ad esempio nei riguardi della condizione della donna in materia di matrimonio e di eredità, nella ricerca della ?volontarietà? nel commettere i crimini, che ovviamente erano puniti secondo le regole del tempo (impiccagione, condanna al rogo, accecamento, taglio del piede e della lingua, ecc.), nelle punizioni dei funzionari infedeli o incapaci, negli interventi in materia di caccia, di salari dei lavoratori, ecc.

La Carta comprende 198 articoli che riguardano gran parte degli aspetti della vita dei sudditi, compresa la cura dei campi e la pastorizia.
Ecco alcuni articoli nella versione originale e in una traduzione quasi letterale.

2 ? De qui tractarit traycioni o desonore.
2 ? Di chi tratta tradimento o disonore.

Item ordinamus: qui si alcuna persona tractarit consenterit causas alcunas prossa quali nos perdiremus honore terra over
Inoltre ordiniamo: che se qualche persona consentisse di trattare qualche cosa per la quale noi perderemmo onore terra o

castellu de cussos qui amus hoi o de cussos qui aquistaremus dae como inantes deppiant esser istrarinadus acoha de
castello di quelli che abbiamo oggi o di quelli che acquisteremo d?ora in avanti debbano essere trascinati dietro

cuallo pro totu sa terra nostra d’Aristanis et poscha infini assa furca et inie sind furchet quindi morgiat et issos benes suos un cavallo per tutta la nostra terra di Oristano e poi infine alla forca e ivi sia impiccato finché muoia e i suoi stessi beni

tottu appropriadus assu rennu. Si veramente qui in casu su dictu traditore avirit mugere et esseret coyada assa moda
tutti versati al regno. Se veramente che in caso il detto traditore avesse moglie e fosse sposata alla moda

sardisca que dicta mugere appat sa parti sua senza mancamentu alcunu secundu qui in su dictu capidulo si contenet.
sarda che la detta moglie abbia la sua parte senza alcuna decurtazione secondo che nel detto capitolo è contenuto.

Et si avirit appidu mughere pro inantes assa sardisca de sa quali havirit alcunu figio o figios. Cussu figiu o figios comente et
E se avesse avuto moglie prima alla sarda dalla quale avesse avuto qualche figlio o figli. Quel figlio o figli come e

heredes de cussa mama issoro appant et aver deppiant sa parti issoro de sos benes predictos secundu usanza sardisca
eredi di quella mamma loro abbiano e debbano avere la loro parte dei beni predetti secondo l?usanza sarda

senza mancamentu alcunu secundu quest naradu de supra pros sos atteros. Et si esseret coyada a dodas a modo
senza alcuna diminuzione secondo quanto è detto di sopra per gli altri. E se fosse sposata con dote alla moda

pisaniscu su simili sas dodas suas senza alcunu mancamentu pro qui no est ragione qui issos perdant pro culpa et defectu
pisana lo stesso la sua dote senza alcuna diminuzione perché non c?è ragione che essi perdano per colpa e difetto

de su padre et de su maridu. Et semper si intendat qui ciascunu creditore qui havirit at riciver inantes que su dictu maleficiu
del padre e del marito. E sempre si intenda che ciascun creditore che aveva a ricevere prima che il detto maleficio

esseret perpetradu et factu qui siat pagadu de tottu que iustamente at mostrare qui appat a reciver.
fosse perpetrato e fatto che sia pagato di tutto ciò che giustamente dimostri che abbia a ricevere.

21 ? Qui leuarit muleri.
21 ? Chi prende donna. = dello stupro.

Volemus et ordinamus qui si alcunu homini (qualche uomo) leuarit pro forza muleri coyada (prendesse a forza donna sposata) o ver alcuna atera femina (altra donna) qui esseret jurada isponxelarit (abbia giurato di sposare = promessa sposa) o ver alcuna virgini pro forza et de sas secundas causas esseret legitimamenti binquido (e dei suoi secondi fini sia giustamente riconosciuto colpevole) siat iuygado qui paghit pro sa coyada liras D (sia condannato a pagare per la sposata lire 500) et si no pagat infra dies 15 decat esser juygadu (dopo essere stato giudicato) siat illi segadu s’uno pee pro modu quillu perdat (gli sia tagliato un piede in modo che lo perda), et pro sa bagadia (per la nubile) siat iuygadu qui paghit liras CC (paghi lire 200) et siat anchu tenudo pro leuarela pro mugere (sia anche tenuto a prenderla per moglie) si est senza marido et plaquiat a sa femina (piaccia alla donna). Et si non la leuat pro mugere (prenda per moglie) siat anchu tentu pro coyarela secundu sa condizioni (sia tenuto a farla sposare secondo la condizione) de sa femina. Et issa qualidadi de su homini (e lei secondo la qualità dell?uomo). Et si cussas causas issu no podet faghire (queste cose non può fare) a dies 15 decat essere iuygadu siat illu segado s’uno pee pro modu que lu perdat. Et pro sa virgini paghit (paghi) sa simili pena et si non adi hui (ha di che) pagare seghint illu uno pee ut supra.

35 ? De tenne su furone.
35 ? Dell?arresto del ladro.

Volemus et ordinamus qui si sa fura (furto) qui sat fagheri si iugheret et lauarint daessuna curadoria a sa atera sia tenudo su curadore de cussa villa ad hui sat iughere: de reer sa fura et detenni su furoni sillat isquire infini ad qui ad benne su pubillu dessa causa furada et si non lu tennet et nò arreeret sa fura: cussu curadore paghit assu rennu sindest binchidu liras xxv. pro sa negligentia sua et issa valsuda dessa fura ad cuyat esser.
: Vogliamo e ordiniamo che se il furto che è stata fatto si giudichi
103 ? De prea.
103 ? Della preda.

Volemus et ordinamus: qui alcunu curadore over officiali nostru de Arbaree non possat reer pro se prea alcuna cat fagheri
Vogliamo e ordiniamo: che nessun curatore o ufficiale nostro di Arborea non possa chiedere per sé preda alcuna che faccia

pro raxione dessu rennu et qui at esser provadu paghit pro dogna bolta Liras XXV.
per vantaggio del regno e che sia provato paghi per ogni volta lire 25.

104 ? De mantenni iusticia.
104 ? Del mantenere giustizia.

Constituimus et ordinamus: qui si alcunu homini dessa terra nostra de Arbaree offenderet o qui avirit a fagheri pro alcuna
Costituiamo e ordiniamo: che se qualche uomo della nostra terra di Arborea offendesse o che abbia a fare, per una qualche

causa cun alcunu atero homini de Sardigna que non esseret de sas terras nostras, qui cussa persona siat intessida a
causa, con qualche altro uomo di Sardegna che non sia delle nostre terre, che quella persona sia portata a

raxione pro icussu modu qui in sa terra dundi esseret issu si fagherit raxioni assos hominis dessas terras nostras.
giudizio nello stesso modo che nella terra di dove è quello si fa giustizia agli uomini delle nostre terre.

= lo straniero sia trattato nello stesso modo nel quale i nostri cittadini sono trattati nello stato dello straniero
= reciprocità di trattamento dei cittadini nei diversi stati.

182 ? De boynargius.
182 ? Dei guardiani di buoi.

Item ordinamus: qui si alcunu boynargiu qui haverit boes in guardia li fuirit alcunu iuhu over boe dae sos boes qui
Inoltre ordiniamo: che se a un guardiano di buoi, che abbia buoi in custodia, gli fugge qualche giogo o bue, dei buoi che

teneret in guardia cussu tali boynargiu siat tenudu qui su die quilli at esser fuidu su dictu iuhu over boe qui su nocte
tiene in custodia, quel tale guardiano sia tenuto a che, il giorno che sia fuggito il detto giogo ovvero bue che la notte

at torrari lu depiat dari ad intendiri ad su pubillu de su dictu iuhu, over boe quilli esseret fuidu ad malauogia sua et
sia tornato, ne debba dare notizia al padrone del detto giogo ovvero bue che gli era sfuggito per sua malavoglia, e

si gasi faghit su dictu boynargiu non siat tenudu ad pena alcuna et si gasi non fagheri secundu desupra siat tenudu
se così fa il detto guardiano non sia tenuto ad alcuna pena e se così non faccia, secondo quanto detto sopra, sia tenuto

cussu tali boynargiu de torrari su ditu iuhu over boe ad ispesas suas a su armentu dessos boes domados.
quel tale guardiano a restituire il detto giogo ovvero bue a sue spese all?armento dei buoi domati.
Giogo = coppia di buoi
192 ? Qui narrit injuria ad officiali.
192 ? Chi dica ingiuria ad ufficiale.

Constituimus et ordinamus: qui si alcuna persona narrit alcuna paraula iniuriosa ad alcunu officiali nostru faghendo sos
Costituiamo e ordiniamo: che se qualche persona dica qualche parola ingiuriosa a un nostro ufficiale cha va facendo i

factos nostros over quilli levarit sa prea dae manus cussa tali persona qui at fagheri secundu de supra paghit a sa corte
fatti nostri o che gli levi la preda dalle mani quella tale persona che ha fatto secondo quanto detto paghi alla corte

nostra pro maquicia si legitimamenti indest bintu liras XXV et si nò pagat infra dies XV de qui at esser iuygadu pro sa
nostra per pena se legittimamente ne è vinto lire 25 e se non paga entro 15 giorni da quando è stato giudicato per la

paraula iniuriosa silli seguit sa limba et pro levari sa preda de manus seghint illi sa manu deretta.
parola ingiuriosa gli si tagli la lingua e per aver levato la preda dalle mani gli taglino la mano destra.

Riferimenti: il mio sito

Non voglio andare in pensione 4: ho vinto!

16 Giugno 2004 4 commenti


Ieri mattina finalmente il pretore del lavoro ha depositato la sentenza a riguardo del mio ricorso contro il mio pensionamento d’autorità: ho vinto!
Il pretore ha smotato pezzo per pezzo la tesi del Provveditorato di Cagliari e ha ordinato al Ministero della pubblica istruzione (detto all’antica) di rimettermi in servizio con decorrenza giuridica dal 1° settembre 2003. Il che significa che posso tornare a scuola.
Purtroppo l’iter non è terminato in quanto la decisione deve essere confermata in una udienza di merito che avverrà fra più di un mese, ma non vedo come il pretore possa pronunciarsi in modo diverso. Per intanto da domani mi posso (devo) ripresentare a scuola come docente a tutti gli effetti.

Riferimenti: il mio sito

Fassino vs Mentana.

14 Giugno 2004 3 commenti

Ho seguito sino alla fine la nottata elettorale di Canale 5 e mi è venuta voglia di parlare di Fassino.
Mentana era solo in studio, gli unici commenti all’andamento degli exit poll e delle proiezioni erano quelli di diversi esponenti delle diverse liste (hanno brillato per la loro assenza i Verdi e i Comunisti, a meno che mi siano sfuggiti).
Le prime parole di Fassino sono state (a senso, non alla lettera): “tutti i commentatori sono falsi e bugiardi, ci attribuiscono risultati molto inferiori alla realtà; io ho le prove che il listone è al 35 ? 36 %”. Mentana si è affrettato a dirgli che non poteva fare un mazzo di tutti i canali e Fassino rispondeva: “mi lasci parlare, è così”22. Mentana tentava di nuovo di fargli fare delle distinzioni, ma Fassino imperterrito continuava nella sua versione, accusando chi sa chi di sabotare il listone.
Ma il sommo del ridicolo Fassino lo raggiungeva con questa dichiarazione: “gli exit poll sono falsi perché ci danneggiano; di sicuro FI ha subito una sonora sconfitta essendo sotto il 20 %; nelle amministrative la sinistra ha stravinto; e ora tutti i giornali diranno che abbiamo perso, per colpa dei ritardi di chi ci vuole male”.
Delle due l’una: se gli exit poll sono falsi come fa a dichiarare che nelle amministrative la sinistra ha vinto, visto che lo spoglio inizierà solo oggi alle quattordici? Come ha fatto a fidarsi dei dati del Viminale che all’inizio, quando evidentemente arrivavano solo i dati delle province “rosse” nelle quali l’entusiasmo, e il servilismo, nei confronti della sinistra sono fortissimi, che davano al listone il 36 ? 37 %?
I risultati definitivi di questa mattina alle 11 dimostrano che gli exit poll erano esatti, con la loro forchetta, e la sinistra, esclusa RC, ha rimediato l’ennesima brutta figura davanti a tutti, con dichiarazioni improntate alla solita spocchia.
Ma, mettendo pure da parte i numeri, quel che è insopportabile è lèatteggiamento di Fassino: occhi spalancati, viso arrossato, voce alterata dalla rabbia, aggressività inconsulta e immotivata: sembrava un avvoltoio pronto a difendere in tutti i modi il suo pezzo di carogna.
Ben altro atteggiamento hanno avuto Bertinotti e Maroni, non facendo nessuna ipotesi su quel che non si poteva dire, e cioè che le proiezioni dovevano considerarsi semplicemente un gioco, come avviene per le previsioni dei numeri al lotto; e Bonino che giustamente, correttamente, onestamente ha lamentato la sconfitta della sua lista.
Di Rutelli e di Boselli non voglio neppure parlare: non ne vale la pena. Mi ha fatto pena invece, per quei pochi minuti che ho avuto la sventura di seguirlo, Parisi, rappresentante del listone nella trasmissione di Vespa,: confuso nelle parole, nei numeri, nel ragionamento, come uno studente impreparato all’interrogazione, impegnato ad arrampicarsi a mani nude sul classico specchio.
Per finire, ho seguito per qualche minuto anche RAI 3, dove il giornalista, seguendo gli ordini di Fassino, chiedeva ad un commentatore, di cui purtroppo non ricordo il nome, e me ne dispiace molto, di mettere in chiaro che lo spoglio dava al listone una percentuale superiore al 35 % e di chiarire che la sinistra aveva vinto nelle amministrative. E mal gliene incoglieva: il commentatore rispondeva che sulle amministrative nulla si poteva dire proprio perché tale spoglio non era ancora cominciato e il giornalista rimaneva come un pezzo di m? E ciò accadeva mentre su Canale 5 Fassino si scagliava contro “tutti” i programmi televisivi!

Riferimenti: il mio blog

Magdala di Fonni – balente – Nuova versione della premessa.

13 Giugno 2004 1 commento

PREMESSA
1.
La storia della Sardegna dal 1000 al 1400 fu un susseguirsi impazzito di guerre di potere (e di periodiche ribellioni) fra Sacro Romano Impero d’Occidente, Papato, Pisa, Genova, Spagna (e Francia) e Giudicati. I Giudicati furono forme di autogoverno legittimo e sovrano delle genti di Sardegna, che traghettarono la Regione dal Medioevo all’Evo Moderno. Sorsero in forma spontanea dopo che l’Impero Romano d’Oriente non fu più in grado di assicurarne la difesa dalle scorrerie dei Barbari provenienti dal nord (Vandali, Goti, Ostrogoti, Longobardi) e dei Mori provenienti dal sud, e il Papato e il Sacro Romano Impero, fondato da Carlo Magno, non avevano ancora la potenza necessaria a surrogare l’azione di Bisanzio.
Se si volesse ridurre ad unità le vicende emblematiche di quel tempo ci si troverebbe, come è accaduto a me, di far avvenire in poco tempo azioni che nella realtà si sono svolte in un tempo dilatato sino ad oltre 200 anni. La sequenza reale è così confusa, di azioni, di tempi, di luoghi, di attori, da non consentire alcuna visione logica e congruente. Le istituzioni più sopra nominate hanno agito con accordi e disaccordi così mutevoli e intricate da rendere impossibile qualunque linea di sviluppo storicamente valida. Mille e mille volte le alleanze si sono fatte e disfatte, gli alleati di ieri sono i nemici di oggi, ma domani si formeranno leghe eterne con altri attori, subito pronti però al tradimento e al voltafaccia.
Ecco, l’azione di questo lavoro si svolge proprio durante tale congerie di avvenimenti, con i soli artifici di contrarre il tempo e di considerare pochi avvenimenti concentrati in poche decine d’anni, mentre la realtà storica è ben più complessa e dilatata nello spazio e nel tempo.
I nomi dei luoghi sono quelli moderni, essendo i nomi antichi di difficile scrittura e talvolta irriconoscibili nella topografia attuale.
2.
Per avvalorare quanto detto qui sopra, ecco come si esprime Leonida Macciotta nel volume ?La Sardegna e la storia? Editrice Sarda Fossataro, Cagliari 1971:
a) pagina 120 ? Difficile, per non dire impossibile oltre che inutile ? salvo che non si voglia di proposito trattare dei fatti accaduti fra il 1330 e il 1350 ? cercare di esporre, secondo un metodo analitico e sistematico, quanto avvenne in quel periodo, tali e tanti furono i cambiamenti di scena (l’assedio di Alghero ne fu un esempio), e gli accordi di frequente stipulati e ripudiati dai loro protagonisti: Aragona, Arborea, Pisa, Genova, Sassari, i Doria, i Malaspina, i Gherardesca; né vanno trascurati i Visconti di Milano che intendevano salvaguardare i loro diritti in Gallura, e i barbaricini che combattevano per non sottostare a nessuno.
b) pagina 126 ? Il tempo che trascorse tra la partenza di re Pietro e la morte del giudice Mariano IV avvenuta nel 1376, fu tutto un susseguirsi di intrighi, di congiure, di lotte celate e palesi fra Aragona ed Arborea, durante i quali ricomparvero Pisa, Genova e i Doria.
3.
- Signore, qui in Sardegna è diverso: se nessuno ci attacca, noi non attacchiamo nessuno! ? così conclude Gonario. (II – 2).
Questa frase è indicativa dell’intima natura dei sardi.
Io ho da molti anni un sogno rivolto al passato: se i sardi al tempo dei Giudicati avessero avuto un poco più di animo guerresco, di cattiveria, di spirito di avventura, di senso della comunità, se uno dei Giudicati, per esempio Arborea o Cagliari, avesse avuto una piccola dose di desiderio di conquista, se tutto ciò si fosse avverato, la Sardegna sarebbe stata riunita in un solo Stato, forte abbastanza per respingere qualunque invasore. E sarebbe stata da allora una terra ricca e felice. Disposta dalla natura al centro del Mediterraneo, fra terre per secoli unite nel nome di Roma e culturalmente avanzate, l’isola sarebbe stata il centro di una nuova civiltà fra nord cristiano e sud musulmano.
La storia, si dice, non si fa con i “se”; invece i sogni si fanno anche con i se e i ma e i forse e a me piace pensare che, in un altro tempo, la Sardegna diventa la culla di una civiltà nella quale il rispetto reciproco è alla base dei rapporti fra le persone e i popoli.
Perché quest?altro è un aspetto della natura sarda: – Rispetta me e io rispetto te. ? E questo rispetto, dato e ricevuto, è così forte da escludere, sin dove è possibile, l’interessarsi dei fatti altrui. E ciò ad esempio nel commercio significa non fare concorrenza, perché la concorrenza significa danneggiare l’altro.
E, infine, la famiglia sarda è retta dalla madre o, meglio ancora, dalla donna anziana di casa, la quale ha sempre ragione, le sue parole sono sentenze, come quelle di Salomone. La cultura matriarcale di antichissima tradizione, fondata su un?ava, attraverso le altre donne di casa, sorelle, figlie, nipoti, nuore, costituisce il clan, l’unità di base dell?organizzazione della società sarda. Più donne che si conoscono, che hanno avi in comune, costituiscono la tribù e il villaggio. Fuori di casa la faccia della famiglia è quella dell’uomo, ma quella faccia è costruita dentro le mura domestiche, e la faccia dell’uomo è quella di un ambasciatore. Naturalmente nessun uomo ammetterà mai che le decisioni sono prese dalle donne di casa ?.
E poiché le donne non amano la guerra (ma quanto amano la vendetta, però!) ecco che i mariti e i figli non hanno spirito guerresco endogeno. Ma se li si chiama a far la guerra, allora guai al nemico di turno ?..
Ecco perché l’eroe di queste pagine non è sardo, ma figlio di quella Toscana che in quegli anni ormai lontani era una fucina di idee e di rinnovamento in tutti i campi di attività umana: dall’arte alla politica, dall’economia alla guerra, dalla religione alla scienza.
4.
Prendiamo ancora due parole dal citato volume del Macciotta:
c) pagina 127 ? Con Mariano IV scompare uno dei personaggi più notevoli della storia sarda: condottiero valoroso, avversario irriducibile di Aragona, politico ambizioso e destro, legislatore saggio, egli avrebbe meritato di poter riunire sotto Arborea tutta la Sardegna, la cui storia in tal caso sarebbe stata assai diversa. Ma egli aveva contro di sé, e contro i suoi progetti un nemico troppo agguerrito e troppo potente, anche se le sue truppe erano sempre pronte ad affrontare ogni rischio al grido di “Sardegna e Arborea”.
d) pagina 131 ? Eleonora si valse senza dubbio di precedenti elaborati: innanzi tutto delle leggi emanate da suo padre, ed in specie del “Codice rurale” completato in seguito da Ugone; di una precedente Carta de logu calaritana; dei principi del diritto romano, acquisiti attraverso l’attività curialesca svolta dai patrocinanti aragonesi nelle corti di Cagliari e di Alghero, della evoluzione giuridica italiana seguita attraverso Pisa e Genova. Tutta questa abbondante e complessa materia è stata peraltro elaborata ordinata e adattata all’ambiente da Eleonora con un senso straordinario del limite: quel limite che sta sempre alla base del diritto e dell’arte. E per di più, con il senso della tolleranza, dell’umanità e della carità che specialmente una donna possiede.
5.
Il sottotitolo “balente” indica una “qualità” dell’individuo molto importante nella cultura sarda, anche oggi in una relativamente piccola parte dell’isola. Balente letteralmente significa “valente, che vale, valoroso” con una connotazione speciale. Balente è in genere un uomo che è in grado di rispondere ad una offesa o ad una ingiustizia a viso aperto, aspettando tempo e luogo opportuni, per trarre vendetta con una azione nella quale la propria vita è messa in gioco. Chi colpisce alla spalle o spara celandosi dietro un cespuglio o un muretto a secco non è “balente” poiché non mette a repentaglio la propria incolumità e l’autore dell’offesa non sa chi lo colpisce e perché. Come l’offesa copre di vergogna tutto il clan, così la gloria e la fama del balente si sparge su di esso, riscattandolo e facendolo diventare un esempio per tutta la comunità.
Normalmente la balentìa è una prerogativa dell’uomo di casa, mentre la donna ha il compito di covare il rancore e di istigare il marito, il figlio, il nipote, alla vendetta. Ma in caso di mancanza di uomini a ciò validi, eccezionalmente è lei stessa ad assumersi tale compito, ricorrendo alle armi e alle arti “donnesche”.

Quartu S. Elena 18 ? 2 ? 2004

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Magdala di Fonni. Cap. 13. Geografia della Sardegna.

6 Giugno 2004 2 commenti

Se aprite un atlante alla pagina della Sardegna fisica trovate molto colore marroncino e poco verde, per cui pensate subito che si tratta di una regione montuosa. Se guardate meglio però vi accorgete che si tratta di un marroncino chiaro, con qualche tocco più scuro qua e là. Ciò sta ad indicare che non ci sono alte vette, ma colline più o meno alte. Ma se poi viaggiate nelle zone indicate con il verde, anche lì non trovate superfici veramente piane, se non in pochi casi: solitamente troverete delle ondulazioni, come un mare poco mosso, improvvisamente solidificato.
Ma l?inganno della carta geografica continua: colline relativamente poco elevate non vuol dire percorsi facili, anzi. I rilievi sorgono spesso improvvisamente dal piano, senza una sufficiente gradualità, per cui il salire significa percorrere erte spesso difficili, con strade e sentieri tortuosi e scoscesi.
Non ci sono vere catene montuose, ma i rilievi sono addossati uno sull’altro, in giogaie dense che si ammucchiano verso la cima maggiore, come se si trattasse di pietre disposte alla rinfusa da una mano gigantesca. I rilievi più importanti sono: il gruppo Iglesiente e quello dei Sette Fratelli a sud, quello del Gennargentu e la catena Oristano ? Olbia al centro e infine il massiccio della Gallura a nord. I massicci sono separati fra loro da cesure più o meno ampie rappresentate dalle pianure nelle quali scorrono i pochi veri fiumi come il Cixerri, il Tirso, il Flumendosa, il Coghinas, il Temo, il Posada, il Cedrino e il Liscia.
A sud ovest il massiccio Iglesiente è costituito da due gruppi che culminano nel Monte Is Caravius (1116 metri) coperto di fitte foreste e nel Monte Linas (1236 metri) con una spettacolare cascata. A sud est c’è il massiccio dei Sette Fratelli che culmina nel Monte Serpeddì (1069 metri) con una vasta e fitta foresta e il lago artificiale di Corongiu che fornisce da più di 150 anni l’acqua potabile a Cagliari. Al centro c’è il vasto massiccio del Gennargentu che culmina nella Punta Lamarmora a 1834 metri, circondata però da altre cime digradanti in direzione sud ? nord. Qualcosa che assomiglia ad una catena si trova di traverso dal Monte Ferru (1050 metri) nell’oristanese attraverso il Marghine (Monte Palai 1200 metri ) e il Goceano (Monte Rasu 1259 metri) sino ai monti di Alà (Monte Lerno 1094 metri e Punta di Senalonga 1075 metri), con la propaggine del Monte Albo (1057 metri). Ancora più a nord separato da questa sequenza c’è il massiccio di Gallura con il Monte Limbara (1362 metri).
Il Gennargentu è il maggiore rilievo della Sardegna e dalla sua cima, nei giorni di atmosfera serena, è possibile intravedere i due mari: il Mar Tirreno ad est e il Mar di Sardegna ad ovest. La larghezza dell’isola infatti non supera a quella latitudine i 110 chilometri.
Qua e là ci sono rilievi del tutto simili alle “mese” messicane ritratte in tanti film americani. La montagna sale con i fianchi inizialmente distesi, poi il pendio diventa più forte e infine, su un mare di massi disgregati, ecco che si ergono le pareti verticali, di granito grigio o rosa, con la cima piatta, incappucciata di boschi. Tipica in questo verso è la montagna che da Tertenia porta ad Jerzu e su su a Gairo e a Ulassai.
In Sardegna c’è una zona fra le più antiche formazioni della Terra; le montagne sono nate in un periodo di grande attività vulcanica; le pianure sono venute su dal mare. In generale l’isola è così antica da non essere più soggetta a movimenti tellurici. La gran parte dei rilievi è di natura granitica, di diversi colori, dal rosa al nero (Sette Fratelli), ma c’è anche il porfido (Porto Corallo) e il calcare (Monte Albo, S. Antioco, Capo Caccia), il tufo (Cagliari) e il basalto (Le Giare). E in pianura si trova l’argilla e il caolino.
In numerosi luoghi si trovano giacimenti minerari, quasi di tutti i metalli del sistema periodico degli elementi: dall’oro (Furtei) all’argento (Iglesias), dal ferro (Monte Leone a Capoterra) al piombo (Monteponi), dal manganese (Villasalto) all’alluminio (nella Nurra); e caolino e mica e marmo e barite e carbone e infiniti altri minerali industriali. Gravissima mancanza fin’ora il petrolio. La ricchezza di metalli sin dalla più remota antichità è stata la croce e la delizia della Sardegna: per secoli l’isola è stata la fonte del rame e dello zinco, che uniti danno il bronzo, così ricercato dalle culture primitive per forgiare spade e scudi, e del piombo argentifero. Ma è stata anche una croce perché l’isola è stata oggetto di invasioni e conquiste proprio per impadronirsi di tali minerali. Non ultima è stata la scommessa dell’estrazione del carbone nel periodo autarchico del fascismo.
La scoperta di giacimenti minerari ben più ampi e più ricchi e di più facile estrazione in altri paesi ha determinato l’abbandono quasi completo delle miniere sarde, sino al punto di importare carbone dalla Polonia, manganese dalla Tunisia, alluminio dall’Australia, pur di far lavorare gli impianti della Sardegna.
Tutt’intorno alla maggiore c’è una miriade di isole, isolette, scogli, affioramenti: S. Antioco, S. Pietro, Asinara, Maddalena, Caprera, Tavolara sono le maggiori, caratterizzate ciascuna dalla vegetazione o dalla fauna o dal tipo di terreno o dalla erosione del mare e del vento.
Ma isole di altro tipo si trovano disperse un poco dappertutto: gli stagni intorno a Cagliari, Oristano e Muravera; le grotte marine di Alghero e di Orosei; la foresta antica di Burgos; i cavallini della Giara (altopiano) di Gesturi; i mufloni (capre selvatiche) della Barbagia; i fenicotteri rosa nello stagno di Cagliari e di Oristano; i castagneti e i noccioleti di Aritzo; le dune di Fluminimaggiore; ecc. Tutto ciò crea una enorme varietà di paesaggi e di prospettive per cui volta a volta si ha l’impressione di trovarsi in luoghi diversi.
Per certi versi la Sardegna è eccessiva: troppo mare, troppe montagne, troppo sole, troppo selvatico, troppo strano. Ma di una cosa si deve essere certi: ci si ammala di mal di Sardegna, come si dice dell’Africa. E tutti i suoi abitanti hanno tale malattia, contratta sin dall’infanzia più tenera.
Immaginate di avere in giardino un nido di formiche e di distruggerlo: dopo un poco vedrete di nuovo il nido aperto e le formiche di nuovo indaffarate a stivare semi per l’inverno. Così accade per i sardi: la vita può costringerli ad allontanarsi, ad emigrare, ma poi, prima della fine, eccoli di nuovo a casa, non in una casa qualunque, ma là dove c’era il nido primigenio. E l’analogia con le formiche si può estendere ad altri aspetti della sardità: la parsimonia, la laboriosità, la pazienza, la testardaggine.

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Il fico.

5 Giugno 2004 Commenti chiusi

Nel mio frutteto ci sono quattro fichi, cioè quattro alberi di fico, due neri e due verdi.
Io non so se i fichi di Sicilia o di Calabria o di Tunisia o del Messico sono migliori dei miei, perché quelli non li ho mai mangiati. So però che i miei fichi sono ottimi. Se potete, verso la fine di giugno e poi di agosto (il fico è un albero veramente generoso: fruttifica due volte all’anno) venite ad assaggiarli, magari di mattina presto, direttamente dall?albero, con il pane. Io sto in Sardegna.
Gli antichi, che non conoscevano lo zucchero, per fare un complimento, dicevano “sei dolce come un fico”, e oggi, per fare un complimento si dice “sei fico”. Non so quante varietà voi ne conoscete; io ne conosco quattro: quelli neri, quelli verdi; quelli bianchi; quelli che in sardo si chiamano “figu murra”. Questi ultimi hanno la buccia verde / marron e la polpa rosso corallo: quando si aprono sembrano due labbra (murru, in sardo) e sono veramente buoni. Ma io preferisco quelli neri, con la buccia “scritta”, cioè percorsa da sottili fenditure bianche che ne indicano la perfetta maturazione naturale. Naturalmente i contadini conoscono questo particolare e producono lo stesso effetto artificialmente comprimendo leggermente il frutto. E perciò io non ho mai comprato fichi.
Due o tre volte all?anno la mia cena è proprio pane e fichi, lasciati in frigorifero per un paio d?ore: sbucciati ben bene, tagliati in due, un boccone di fico e un bocconcino di pane. Così se ne vanno quindici o venti frutti e mi si accontentano lo stomaco e lo spirito.
I fichi verdi hanno la buccia di un verde pallido a maturazione e la polpa di colore e sapore mieloso: troppo dolci! Qui nella zona di Cagliari sono famosi i fichi di Pula, neri, grossi, succosi e costosi.
Una cosa un poco strana: per la gran parte degli alberi da frutto vige la regola per cui l’albero è di sesso maschile (il mandorlo, il pesco, il ciliegio, …) e il frutto è di sesso femminile (la mandorla, la pesca, la ciliegia, …); per il fico invece la regola non vale perché la f..a è un’altra cosa, almeno in Italia!

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Cristianesimo, socialismo e comunismo.

5 Giugno 2004 Commenti chiusi

Il precedente articolo (Ideologia e pragmatismo) mi ha fatto ricordare un paio di definizioni semplicistiche (dal punto di vista dei diritti) di socialismo e comunismo: il socialismo è “a ciascuno secondo i suoi bisogni” mentre il comunismo è “a ciascuno secondo i suoi meriti”.
Il socialismo quindi sottintende un comportamento di solidarietà fra individui e da parte dell?organizzazione statale, indipendente dalla “qualità” della persona. Il comunismo invece sottintende un “giudizio” da parte della società sul merito delle azioni dell’individuo. Nell’Unione Sovietica il merito era misurato sulla fedeltà incondizionata ai dirigenti, o meglio al dirigente del partito, il quale aveva il potere assoluto di giudicare tale fedeltà. E l’individuo infedele era punito a insindacabile giudizio del detentore del potere.
Quando Bertinotti fonda il Partito della Rifondazione Comunista si riferisce proprio a questa situazione: il comunismo “reale” cioè quello dell’Unione Sovietica ha applicato le “regole” del comunismo in modo arbitrario e disumano, per cui occorre ricominciare da capo (rifondare).
C’è da chiedersi però se il comunismo non sia errato intimamente, cioè indipendentemente dal modo di applicarlo.
Il socialismo appare più “umano” ma nasconde a mio parere un altro rischio, nel senso che occorre di certo qualcuno che giudichi quali sono i “bisogni” leciti per ciascun individuo. Supponiamo per esempio che io dichiari di aver bisogno di cento pellicce di visone: la società è obbligata a fornirmele? Probabilmente no, ma per far ciò deve esserci un organismo che prende in esame la mia richiesta e decide se è lecito soddisfarla. Viceversa però di certo nessuno sarà lasciato senza pane e companatico, nei limiti dell’economia dello stato. A lungo andare però può accadere che i bisogni primari degli individui si alzino sempre più, nel senso che prima ci si accontenta di pane e mortadella e poi si pretenda pane e prosciutto e poi pane e caviale. Senza contare che i giudici considerino i propri bisogni più impellenti di quelli degli altri, poiché l’egoismo personale è connaturato nell’umanità.
Se ora passiamo al cristianesimo delle origini possiamo ricordare ad esempio l’affermazione “date ai poveri” e ciò può indurci a pensare che, se tutti i ricchi dessero tutto ai poveri, sulla terra ci sarebbero soltanto poveri e il progresso andrebbe a farsi benedire (ricordiamo che il progresso tecnologico proviene dall’industria, che a sua volta può nascere soltanto da un accumulo di capitali). In ogni caso almeno il cristianesimo delle origini non richiedeva l?esistenza di un “merito” per ricevere qualcosa dai ricchi.
Bastava essere poveri. Il guaio è che lo stato di povero deve essere stabilito da qualcuno!
(continua)

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Ideologia e pragmatismo.

3 Giugno 2004 Commenti chiusi

Tanti anni or sono, quando ero notevolmente più giovane, con i compagni di classe del liceo si discuteva spesso su questo problema: il cristianesimo, quello dei primi anni, era assimilabile al comunismo o al socialismo, fatte le opportune tare e distinzioni?
Essendo passati tanti anni da allora (quasi cinquanta!) non ricordo se e come risolvemmo la questione.
Che mi è tornata in mente in questi ultimi giorni seguendo, anche se distrattamente, i discorsi di Baget Bozzo, fedele alleato (mi pare che qualcuno lo definisca ideologo) di Berlusconi. Poiché Berlusconi ha un giusto terrore dei comunisti e Baget Bozzo il cristianesimo delle origini di certo lo conosce meglio di me, mi è venuto un dubbio: se davvero quel cristianesimo fosse assimilabile al comunismo, come si metterebbe Berlusconi nei confronti di Baget Bozzo? Non è che per caso il primo si sta allevando una velenosa serpe in seno?
Ma ieri sera ne ho sentita un?altra bellina a Ballarò: alcuni giovanotti ?pacifisti? all?intervistatore hanno detto di essere comunisti. Nello studio della trasmissione D?Alema ha commentato grosso modo che ?il comunismo è una pagina chiusa?; mi chiedo se lo ha mai detto a quei giovanotti e a Bertinotti e a Cossutta e a Diliberto. Ne segue però che Berlusconi ha ragione di temere i comunisti, poiché c?è ancora gente, anche fuori del parlamento, che fa il pacifista come ai tempi dell?URSS, cioè sempre e solo contro la DC (vecchia e nuova) e gli USA.

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